L’eterna partita tra slogan e discorsi

Milano, un sabato afoso che promette pioggia. Un gruppo di cinque o sei persone continua a gridare, più o meno poche parole, non appena cala il silenzio. Poco più avanti infatti c’è una manifestazione organizzata, con tanto di palloncini, spillette e impianto di amplificazione. Sul palchetto si presentano come testimoni delle persone che vivono o che combattono con la loro professione un problema. Il tema in questione ogni tanto torna alla ribalta: come un ciclo che necessariamente si deve ripetere e senza troppe variazioni. Appena vicino al palco ci sono dei ragazzi sulla quindicina di anni che, noncuranti dell’invasione del loro usuale punto di ritrovo, si scambiano sigarette, sorrisi e cellulari.

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Sono rimasti davvero indifferenti a questo evento? A quel loro ritrovarsi in mezzo tra un muro che ripete le stesse parole come una eco mai stanca e un fluire di discorsi, semplici ma bisognosi di attenzione e verifiche? Cosa si sono portati a casa?

Se dovessi scegliere uno e un solo risultato non propenderei per una loro presa di posizione tra la scelta di una proposta di contenuto o un’altra. Spererei, invece, che abbiano imparato che non esistono solo parole semplici, ma anche discorsi che prendono in considerazione diversi punti di vista. Mi augurerei che scoprano il mare di termini che rimane sommerso per farne emergere pochi. Insomma, che si lascino interrogare per scoprire la complessità nascosta sotto una presa di posizione, che comporta sfere troppo spesso tralasciate, come la sfera morale, la sfera degli equilibri di potere politici e economici. E ovviamente sognerei che per ogni affermazione scoperta nel sottosuolo degli slogan si mobilitino per testarne la veridicità.

Ma mi sarebbe proprio piaciuto vedere qualcuno di quei ragazzi andare al microfono e dire: “Bene, adesso le facciamo noi le domande, a tutti e due gli schieramenti. Perché fino adesso non le ha fatte nessuno”.

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