Rischio e prevenzione

Cannabis SmokerQuando si parla di adolescenti e preadolescenti spesso si associa la parola rischio. Certo è un dato di fatto che questi due periodi di sviluppo sono caratterizzati da forti cambiamenti in tutte le dimensioni dell’esistenza (sia fisica, sia emotiva, sia affettiva, sia psicologica, sia sociale): a tutto ciò si accompagnano una serie di esperienze che permettono ai ragazzi di allargare il proprio raggio di azione, di aprirsi all’esterno, di attivare tutti quei processi che li porteranno mano a mano ad una maturazione [D’Alonzo, a cura di, 2009].

Lo sviluppo non è un processo lineare, non è lo stesso percorso per ogni ragazzo: troviamo difronte a noi un’individuo con la sua storia, un corpo, dei limiti e delle potenzialità proprie diverse da quelle di tutti gli altri coetanei, che cerca di rielaborare, di dare senso e valore a tutto ciò che sta vivendo, a sè e al mondo circostante, al proprio futuro.Tutto questo si concretizza in una serie di azioni che, contrariamente a quello che possono pensare molti adulti, non sono affatto prive di senso nè sono dovute a un fatto determinato e deterministico legato unicamente a fattori biologici o all’ambiente fisico e sociale in cui l’adolescente o il preadolescente viene a trovarsi: queste azioni hanno degli obiettivi e servono a raggiungere certi scopi, ovvero esprimere valori e convinzioni, risolvere problemi e costruire la propria identità. Servono dunque a rispondere ad una serie di compiti di sviluppo caratteristici della fase del ciclo di vita in cui ci si trova [Bonino, Cattelino, Ciairano, 2007].

La maggior parte dei ragazzi fa fronte bene a questi compiti: per es. un adolescente può affrontare con successo i compiti legati all’esplorazione del mondo sociale che si trova al di fuori dalla famiglia in modo da essere progressivamente capace di instaurare legami significativi con i propri coetanei. Tuttavia possono essere messi in atto comportamenti molto diversi tra loro per raggiungere invece scopi simili: per esempio l’affermazione di sé e della propria identità può realizzarsi attraverso comportamenti adattivi e socialmente utili (l’impegno a favore degli altri) oppure attraverso comportamenti fortemente pericolosi e a rischio (come l’uso di droghe) [Bonino, Cattelino, Ciairano, 2007].

Per comportamenti a rischio si intendono tutte quelle azioni intenzionali dagli esiti incerti che implicano la possibilità di conseguenze negative per la salute (consumo di sostanze, guida imprudente, sesso non protetto, disturbi alimentari, comportamenti autolesivi consci o inconsci) [Maggiolini, 1998], ma anche tutti quelle azioni che il ragazzo o la ragazza mettono in atto senza sviluppare un’adeguata consapevolezza dei danni a medio e lungo termine, portando l’individuo a una valutazione scorretta con conseguenze qualche volta anche estreme e irreversibili [D’Alonzo, a cura di, 2009].

In questo senso è interessante sottolineare come in una ricerca compiuta tra adolescenti e preadolescenti delle scuole della provincia di Novara [Irs, “Stare bene in famiglia e fuori”, 2014] si evidenzi una sostanziale discrepanza tra la percezione della droga come di un rischio potenziale (75%) ma non di un rischio reale per loro e i loro coetanei (50%).
È proprio per questo che spesso molta della prevenzione che spesso viene fatta a scuola o nell’extrascuola (centri giovanili, associazioni, oratori..) non risulta molto efficace: scatta il meccanismo del “a me non capiterà mai, non sono e non sarò mai un drogato perché io so controllarmi, so quando raggiungo il limite e sono perfettamente in grado di smettere quando voglio“. Un ragionamento certamente un po’ ingenuo ma molto forte che ho sentito fare a moltissimi ragazzi e ragazze: purtroppo non tutti hanno o possono trovare le risorse e gli strumenti per mettere in atto comportamenti di questo tipo. Il rischio si può trasformare in rituale, in un abitudine sociale che può creare un circolo vizioso da cui è difficile uscire.

A questi comportamenti sono legati sia componenti personali, che familiari che sociali per cui occorrono interventi educativi efficaci. Informare i ragazzi sui rischi che corrono è necessario ma non sufficiente: occorre costruire tutta una serie di fattori protettivi che contribuiscano a far crescere un buon grado di resilienza e di adattamento nelle diverse fasi di sviluppo e di crescita. Tra questi è possibile citare le competenze personali di carattere affettivo, relazionale e cognitivo, la presenza di adulti significativi in grado realmente di ascoltare e accogliere quanto i ragazzi dicono (o non dicono), legislazioni realmente e finanziamenti rivolti a favorire un’aggregazione positiva tra i giovani [D’Alonzo, a cura di, 2009].

Il rischio sicuramente non va etichettato e visto solo come dotato di una valenza esclusivamente negativa: l’assunzione di rischio serve a completare le esigenze dello sviluppo legate all’autonomia e alla necessità di individuazione, rientrano nel bagaglio di compiti di sviluppo che il ragazzo deve affrontare e superare per diventare “sempre più uomo”.

L’aumento dell’uso di droghe nel mondo giovanile e la mancata percezione di un rischio reale sottolineano la crisi di molti progetti di prevenzione, che è legata a diverse motivazioni [D’Alonzo, a cura di, 2009]:

  • l’aumento della rilevanza sociale che acquistano mettendo in pratica certi comportamenti difronte al proprio gruppo di riferimento. Strutturare un progetto di prevenzione che non tenga in considerazione la portata della reputazione sociale per i ragazzi equivale ad annullarne l’incisività;
  • il modello informativo di prevenzione si focalizza su un concetto di salute che non tiene conto dei valori condivisi all’interno dei gruppi adolescenziali o preadolescenziali e non ne contemplano la loro reale prospettiva, rischiando di non utilizzare i significati, le motivazioni e le modalità di decodifica tipiche di queste età;
  • l’utilizzo di metodologie tradizionali, spesso frontali e caratterizzate da una ricezione passiva dei contenuti da parte dei ragazzi ma non in grado di fornire strumenti per elaborare strategie e di intercettare le reali esigenze dei giovani.

Si può superare il modello informativo solo creando una reale sinergia tra scuola ed extrascuola, in grado di stimolare il coinvolgimento partecipato e attivo dei ragazzi, anche nella fase di progettazione, di promuovere (e non solo prevenire) l’acquisizione e il potenziamento di competenze sociali (social skills) che permettano di gestire la complessità degli eventi in modo creativo ed autonomo, e infine che sappia aiutare a modificare il ruolo dell’adulto, passando da “trasmettitore” si informazioni a “stimolatore” di riflessioni [D’Alonzo, a cura di, 2009].

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