“Dalla flessibilità all’autonomia”

volontari1_d0Perché le associazioni dovrebbero spendere tempo, energie e risorse per riconoscere le competenze dei propri volontari?

Scopriamo la risposta nell’articolo, intitolato “Dalla flessibilità all’autonomia: così le associazioni valorizzano le “prestazioni” dei volontari”, redatto dalla nostra pedagogista Agnese Morandotti e pubblicato sulla rivista “V dossier“, curata dai Centri servizi per il volontariato di Bologna, Marche, Messina, Milano e Rovigo.

“La ricerca-azione “Evviva – Esperienza e valore dei volontari: insieme valorizziamo gli apprendimenti” di Ciessevi ha indagato nelle associazioni di Milano e provincia la presenza di pratiche e strumenti per la valorizzazione degli apprendimenti maturati nel contesto del volontariato e ha promosso strumenti di individuazione e documentazione delle competenze acquisite dai volontari. Ma perché le associazioni dovrebbero spendere tempo, energie e risorse per riconoscere le competenze dei propri volontari? Riconoscere le competenze per le associazioni significa dare voce alle conoscenze reali dei volontari consentendo l’ampliamento in qualità e quantità delle risorse collettive, creando reti di collaborazione e cooperazione. Sul versante delle motivazioni personali, un approccio per competenze consente ai volontari di rafforzare la propria identità. Ma vuol dire anche progettare un percorso formativo futuro, riconoscere alcune conoscenze e competenze che potranno essere utilizzate in chiave di mobilità per un reinserimento nel mercato del lavoro. Per le associazioni invece vuol dire non solo cercare nuove risorse, ma formare quelle esistenti, insistendo sul gruppo come strategia. In questo modo si potrà continuare a salvaguardare le peculiarità del volontariato, a partire da quella più importante: la gratuità e il dono, senza pregiudicare una futura messa in regime di pratiche di certificazione. Partendo dall’assunto che il volontariato è occasione di apprendimento in situazioni sia non formali sia informali, il progetto europeo “Invest”, a cui Ciessevi ha partecipato in partnership con una serie di soggetti europei che si occupano di volontariato in Europa, (Hogeschool Rotterdam – Università di Rotterdam di Scienze Applicate- ; Centre for Frivilligt Socialt Abejde (CFSA), The National Volunteer Centre in Denmark; The University of Roehampton, London; Fundación Cibervoluntarios, Spagna) ha confermato come le competenze a cui i volontari sono maggiormente interessati sono per l’81,5% quelle interpersonali e relazionali e per il 66,5% quelle di comunicazione interpersonale. Il volontariato rimane comunque ben caratterizzato da maggiori spazi di autonomia e di risposta ad alcuni bisogni delle persone non risolvibili nei contesti lavorativi. Sebbene molti apprendimenti del volontariato rimangano invisibili ormai è assodato che è considerato come occasione di learning. Infatti, attraverso gli apprendimenti acquisiti nella sfera del volontariato si può sostenere lo sviluppo personale, l’educazione e la formazione. L’impegno per una maggiore esplicitazione delle risorse dei volontari deve dirigersi verso la loro identificazione partendo dal riconoscimento e passando dalla validazione, fino alla certificazione. «C’è bisogno di sviluppare strumenti non solo per validare gli apprendimenti acquisiti ma anche per aumentare la consapevolezza, la confidenza e familiarità dei singoli volontari affinché più autonomamente e facilmente trasferiscano gli apprendimenti da un contesto a un altro, come sottolinea Policy Agenda for Volunteering in Europe (P.A.V.E.). Tornando alle domande di partenza, per un’organizzazione riconoscere e gestire le competenze dei propri volontario può aiutare a valorizzare i rapporti umani al suo interno, andando a incidere positivamente sul proprio successo. Un’associazione solitamente esige tre tipi di competenze che possiamo definire le core competencies del volontariato: motivare e dare senso; competenze tecnico-operative; competenze organizzative-strategiche. La ricerca “Evviva” ha sondato la promozione di alcuni strumenti di individuazione e documentazione delle competenze acquisite dai volontari per aiutare le associazioni a gestire le risorse umane. In particolare, sono stati sperimentati cinque strumenti esito del progetto “Invest”:

1 – Narrare le esperienze
2 – 10 passi
3 – Checklist
4 – Ave – Accertamento delle esperienze di volontariato
5 – Vpl – Portfolio per il volontariato

I primi tre strumenti necessitano della mediazione di un esperto, gli altri due, invece, possono essere somministrabili e compilabili in autonomia.
Narrare le esperienze consiste in una serie di domande che comprendono: la biografia da volontario della persona intervistata, i valori, le storie “di successo”, le risorse emerse e il futuro.
10 passi è una proposta che parte dal Valuation of Prior Learnig (www. ec-vpl.eu) ed è costituita da due sezioni dedicate a due target differenti: per il volontario e per l’associazione.
Checklist invece scaturisce dal bisogno di comparare, sistematizzare e sintetizzare le proposte, più significative e presenti negli altri strumenti, di categorizzazione dei risultati dell’apprendimento. Lo strumento aiuta il volontario a individuare quegli elementi che pensa confluiscano in maniera particolare e significativa nel suo bagaglio di competenze. Mentre all’associazione chiede di indicare tutti quegli elementi essenziali che un volontario dovrebbe possedere.
Ave (Accertamento delle esperienze di volontariato) è uno strumento molto più composito, nato nel Regno Unito formato da domande aperte sull’esperienza personale da volontario, una tabella di autovalutazione di ventisei abilità, la costruzione di una mappa mentale, una scheda di sintesi, un attestato di partecipazione e un piano di formazione futura.
Vpl (Portfolio per il volontariato) elenca dodici competenze generali del volontariato e richiede per ognuna di queste un’autovalutazione e si conclude con una scheda riassuntiva e con un panoramica verso le opportunità future di apprendimento.

Apprendimento, flessibilità e autonomia

L’esito di questo percorso ha messo in evidenza come il volontariato abbia bisogno di uno strumento agile e semplice per acquisire consapevolezza dei propri apprendimenti, ma che questo deve essere il più flessibile possibile. Ciò dipende dalla natura stessa del volontariato, che abbraccia attività e modalità d’azione e organizzazione differenti, e dal ruolo del referente all’interno dell’associazione. Il valore aggiunto di “Evviva” non è stato quello di rintracciare una pratica standard da estendere a tutte le associazioni, quanto fornire alle organizzazioni partecipanti strumenti di lettura per poter autonomamente costruire il proprio dispositivo ideale, senza rinunciare a riferimenti comuni e ai feedback dal mondo del volontariato. Inoltre è stato verificato come i soggetti partecipanti abbiano dimostrato fatica a scindere gli apprendimenti esercitati nella sfera del volontariato da quelli acquisiti in altri ambiti, o gli elementi emotivi e valoriali da quelli pratici. I partecipanti hanno comunque utilizzato tutti gli strumenti proposti e hanno dimostrato interesse per l’argomento. Gli strumenti più apprezzati per semplicità e per effetti positivi, sono stati “Narrare le esperienze” e “Checklist”, quest’ultimo in particolare per l’impiego in autonomia. Gli strumenti che hanno raccolto più dubbi e critiche, invece sono stati “Vpl” e “10 passi”. Sono risultati i più stancanti e che motivano meno a visionare strumenti simili. Per i casi di schede di auto somministrazione, “Ave” e “Vpl”, si è reputato insufficiente il tempo dedicato all’impiego durante i colloqui. Ognuno di queste cinque proposte, comunque, si ben adatta a diversi impieghi. Di “Narrare le esperienze”, l’intervista molto apprezzata dai partecipanti di “Evviva” e pensata per esplorare esperienze legate a competenze, risalta la funzione di rinforzo alla relazione tra coordinatore e volontario in quanto opportunità di accoglienza e ascolto. E’ stato indicato nel contempo come strumento semplice da impiegare. “Checklist” è reputato lo strumento più idoneo per le diverse esigenze delle associazioni perché semplice e veloce, anche se presenta alcuni aspetti negativi dovuti proprio alla sua facilità, come l’essere malinteso nei suoi termini o valutato scorrettamente. Checklist può essere impiegato a diversi livelli di profondità, sia per i nuovi volontari sia per quelli storici, oppure come sola griglia di osservazione in mano al coordinatore. “10 passi” riceve valutazioni ambigue a seconda che lo si consideri nella sua parte rivolta ai volontari o in quella per l’associazione. Infatti, nel primo caso è reputato troppo complicato e troppo lontano dalla realtà dei volontari milanesi soprattutto pensionati e quindi non interessati a progetti di vita complessi che giungano fino alla certificazione, cioè il decimo passo. Al massimo lo si potrebbe impiegare come traccia di narrazioni. Mentre la sezione per le associazioni è reputata interessante proprio dai coordinatori. “Ave” è la proposta rconsiderata più stimolante, chiara perché fornita di esempi, completa, che indaga aspetti e modalità tra cui, particolarmente apprezzata, una mappa mentale. La parte più strutturata, la tabella delle abilità, può essere impiegata in maniera semplice o per un approfondimento se implementata con una guida con funzione valutativa. Questo strumento ha ricevuto diverse interpretazioni di utilizzo, tra cui l’essere valido per un primo contatto con i volontari per una conoscenza sui propri apprendimenti e, in un secondo step, per la valorizzazione delle competenze, oppure come test per misurare l’apprendimento o per sondare e gestire i bisogni formativi di gruppo. “Vpl” ha raccolto i pareri più controversi. Per alcuni è lo strumento più incisivo, rapido e facile, per altri il più inutile e incomprensibile.

Inoltre le associazioni che hanno partecipato al percorso di “Evviva” hanno segnalato alcuni elementi che riportiamo qui di seguito:
Perché valorizzare le competenze. Il processo di riconoscimento e validazione delle competenze e degli apprendimenti permette di rendere consapevoli i volontari del loro valore, favorisce prassi di autovalutazione, motiva o demotiva oppure fidelizza. Mentre rende consapevoli le associazioni delle caratteristiche dei propri volontari, aiuta a monitorarne i progressi e a valorizzarli attraverso riconoscimenti non formali. Promuove piani di formazione personale o collettiva per i volontari.
Adattabilità e autonomia. Non è possibile stabilire a priori e senza un contesto lo strumento migliore, l’ideale è una loro concertazione e adattamento alle realtà in cui sono applicati. Importante è la figura del coordinatore che deve essere formato sia sui temi sia sugli strumenti. La necessità è quindi quella di diversificare gli strumenti in base a diversi fattori: motivazioni alla valorizzazione dei volontari e dell’associazione in base all’esperienza dei volontari, alla loro predisposizione di una diversa funzione per la gestione delle risorse umane, risorse dei destinatari e dei coordinatori, eventuali disabilità sensoriali.
Bisogni delle associazioni. L’impegno per mettere in luce le competenze è apprezzato e utile, ma il bisogno più impellente è quello di scoprire altri elementi, come le passioni e le motivazioni dei volontari per attuare piani di people raising più efficienti e rinforzare il senso di appartenenza.
Applicazioni di sistema. L’individuazione delle competenze e delle altre risorse dei volontari potrebbe dare vita a una raccolta sistematizzata in un database da adoperare all’interno dell’associazione per stendere sia il quadro ideale sia quello attuale delle risorse per il suo funzionamento. Oppure costruire un database che esca dai confini della singola associazione per diventare uno strumento comune per il reperimento tra risorse e mansioni da ricoprire. Una sorta di database territoriale delle competenze.
Resistenze. Partendo dalla constatazione che non è possibile implementare tutte le proposte con tutti i volontari all’interno delle associazioni, emerge un aspetto della cultura del volontariato italiano: quello di faticare a scorgere altri fini se non il puro altruismo. Il volontario è considerato soprattutto un “fare”, ogni pausa riflessiva sottrae tempo prezioso ai servizi. Per cui sono maggiormente apprezzati strumenti agili, veloci, interessanti, diluiti e in forma narrativa informale. A questa considerazione è correlato il “pericolo del premio”, per cui ogni forma di riconoscimento può essere tacciata di avariare il contenuto valoriale del volontariato. Da ciò deriva anche una resistenza più sottile e nascosta: lo scivolare sistematico ed esclusivo verso temi valoriali durante le sessioni di riconoscimento delle competenze. La scarsa conoscenza di modelli di competenze in Italia rende viva la paura di probabili accompagnamenti improvvisati e il pregiudizio sulla autovalutazione come occasione di insincerità. Dal processo di “Evviva” emerge l’esigenza di formare prima i coordinatori e i responsabili dei volontari sulle tematiche e sull’uso dei singoli strumenti, poi offrire consulenze e accompagnamenti specifici, infine avere la possibilità di confrontarsi e condividere le pratiche con altre associazioni. Il volontario è talmente proiettato sul prossimo che dimentica la regola d’oro delle relazioni di cura, ovvero il dover riservare il giusto spazio alla propria educazione e realizzazione.

Terzo settore e scambio di buone pratiche

Il Terzo Settore in Italia rispetto al tema delle competenze manca di una comprensione ed elaborazione dell’argomento e di scambio di buone pratiche. Queste, infatti, sono ancora poco numerose e non interagiscono, sebbene ci siano tentativi per ovviare a tale mancanza e la questione delle competenze inizi ad attrarre i volontari, soprattutto i più giovani, per migliorare il proprio curriculum. Come abbiamo visto (negli articoli precedenti n.d.r.) c’è ancora confusione sull’iter e sulle classificazioni di competenze a livello nazionale anche per gli altri settori, formali e non formali. L’insistere di alcuni studi sulle competenze specifiche esercitate dai volontari e sulla loro natura trasversale, ma allo stesso tempo eccezionale ed esclusiva del volontariato, ha in sé un aspetto contradditorio. Essendo appunto considerate trasversali, come possono tali competenze risultare specifiche solamente del volontariato? Ciò andrebbe a negare proprio la loro essenza. La ricerca “Evviva” ha mostrato come le competenze tipiche dei volontari siano quelle relative alla relazione, comunicazione e azione (collaborare e cooperare, essere consapevole della situazione, creare e mantenere buone relazioni, imparare facendo, avere senso pratico). Quindi la lettura delle competenze peculiari del volontariato è riferita a un volontariato che riesce, in quantità e livelli differenti a seconda delle attività e delle persone coinvolte, a far esercitare in realtà tutte le competenze. L’ipotesi è che alcune siano maggiormente attivate proprio perché legate alle dimensioni costitutive del volontariato, quali la relazione, la comunicazione e il “fare”. Effettivamente le competenze legate a questi elementi sono quelle definite solitamente “trasversali”, termine adottato in Italia – in particolare da Isfol – che include per differenza le competenze che non sono classificate “di base” o “specialistiche”, perché trasferibili in più contesti. Quello che ancora manca è l’inserimento di tali competenze all’interno dei quadri degli standard professionali, insufficienza che si riflette, pertanto, anche nella sfera del volontariato. Avendo constatato questa difficoltà nell’individuare aspetti specifici delle competenze dei volontari, è logico non ricercare tanto un set di riferimenti teorici differenti da quelli già proposti per settori diversi dal volontariato, quanto impegnarsi per realizzare un dispositivo completo, flessibile e che possa tradurre nella pratica e nel linguaggio dei volontari la valorizzazione delle loro competenze. Proprio perché il volontariato è un sistema complesso anche tale proposta dovrà essere complessa e, per riuscire nella sua costituzione, è bene tenere presente alcuni elementi distintivi essenziali. Questi affiorano dalla lettura ragionata dei dispositivi, singoli o nel loro complesso, presi in considerazione dalla sperimentazione di “Evviva”. Prima qualità, si deve porre attenzione ai soggetti attori del dispositivo, vero nucleo portante. La chiave di svolta potrebbe essere costituita da coloro che sono chiamati ad accompagnare i volontari nel percorso di valorizzazione delle competenze, idealmente i coordinatori e responsabili dei volontari. Confrontandosi con un tema ancora caldo e vivace, la loro preparazione e formazione risulterebbe strategica in quanto potrebbero tradurre nel modo migliore la teoria astratta nella pratica contestualizzata. Proposte eterogenee di dispositivi per il riconoscimento delle competenze dei volontari non mancano in Europa. Tanto più risulta complesso e completo il sistema proposto, tanto più risponde a esigenze di validazione delle competenze a scapito, però, di una agevole messa in pratica. Al contempo, un dispositivo semplice può presentare mancanze considerevoli, come l’assenza di eterovalutazione, ma anche essere più facilmente implementato. Il punto sta, quindi, nell’insegnare ai coordinatori a scegliere di volta in volta e caso per caso le forme migliori di riconoscimento delle competenze. In generale l’accompagnamento nella valorizzazione delle competenze può rivestirsi di una ulteriore funzione, ovvero di essere occasione aggiuntiva di relazione tra i soggetti dell’associazione. Per gli stessi motivi, infine, a livello dei soggetti coinvolti, la dimensione di gruppo dovrebbe essere maggiormente incentivata durante i processi di individuazione e validazione delle competenze. Seconda qualità, evidenziata dall’eterogeneità delle caratteristiche dei volontari, soprattutto a livello anagrafico e professionale: l’apprezzamento delle competenze dei volontari va a rivolgersi a quello che può essere considerato il target più ampio rispetto a tutti gli altri ambiti. In esso, infatti, confluiscono anche pensionati e anziani, per nulla interessati al conseguimento della certificazione. Il dispositivo ideale dovrà essere predisposto certo ai fini di una certificazione, ma questo elemento non deve risaltare eccessivamente, per non intimorire chi non se ne sente all’altezza o nutre pregiudizi, per vertere più sulle precedenti fasi di riconoscimento e validazione, di cui si devono maggiormente risaltare i benefici individuali e soprattutto collettivi, per scongiurare le resistenze di un altruismo estremo che condannerebbe tali pratiche. Infine, l’ipotetico dispositivo dovrebbe mostrare chiaramente i riferimenti alle proposte teoriche europee e nutrirsi criticamente delle esperienze di altri Paesi, seppur talvolta ancora poco maturi. Per quanto riguarda nuove prospettive di ricerca, a livello italiano, numerose potrebbero essere le direzioni da seguire. Si dovrebbe indagare se e quale tipo di servizi più o meno permanenti possono essere intesi a supporto dei coordinatori da parte dei Centri di servizio per il volontariato locali e con quali differenze essi debbano essere progettati, a seconda dei territori e delle caratteristiche degli enti che ne usufruirebbero. In seguito, si dovrebbero attivare ricerche su come poter al meglio mappare le competenze e programmare software e spazi dedicati, che possano aiutare le associazioni a scambiarsi o coordinarsi le competenze “in eccesso”. Vantaggioso è anche esplicitare profili di competenze di volontari, però relativi a mansioni precise e particolari, declinabili in competenze specifiche e tecniche, per poterli inserire o accordare ai quadri regionali delle qualifiche professionali. E ancora, esplorare quali competenze esprimono maggiormente le differenti fasce d’età, o le diverse provenienze culturali. L’aspetto dello studio delle competenze collettive, ovvero quelle presentate da un sistema preso nel suo insieme, degli enti con volontari sarebbe forse la sfida più intrigante e promettente dal punto di vista euristico e pratico, ma pure la ricerca più difficile da impostare. Anche nel volontariato è manifesta la difficoltà sia di definire la competenza sia di declinare le specifiche competenze di modo che siano univocamente comprese e che siano allo stesso tempo adeguatamente sintetiche. Uno sguardo sul volontariato permette di stimolare riflessioni verso un maggiore approfondimento e una continua evoluzione delle teorie sulle competenze. È emerso, infatti, un più forte legame tra il concetto di competenza e le dimensioni valoriali ed emotive. L’ipotesi è che la competenza sia un insieme ancora più complesso, dove la considerazione delle attitudini non è sufficiente a coprirne l’eterogeneità e inoltre, la competenza è fortemente legata al senso soggettivo di possederla. L’eterovalutazione, oltre a fungere da garante per l’oggettivazione delle competenze, può sostenere allora anche l’autovalutazione ai fini di una maggiore sensazione di padronanza di sé e delle situazioni da affrontare.

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