Educatori: “des choses, des choses”

apparecchiareÈ un mestiere difficile, complesso, ricco di variabili in tutti i campi in cui viene svolto, professionali e non. Quando ti trovi faccia a faccia con la persona, nella sua situazione di vita, ogni giorno, non è così automatico sapere cosa dire o non dire, cosa fare o cosa non fare per accompagnare, per aiutare a crescere, per consolare, per far capire o accettare.

In comunità poi, i problemi sono di fatto sempre più grandi di te o dei tuoi colleghi. Puoi fare veramente poco e quel poco fai fatica a vederlo, a toccarlo. Non sei un giudice del TM, non sei un assistente sociale o uno psicologo, un impiegato del comune..sei impotente di fronte alle grandi decisioni.

Il nostro è un “piccolo” lavoro, perché fatto da una quotidianità costellata di piccoli eventi: il tentativo di far capire l’importanza di tenere le proprie cose in ordine, l’apparecchiare e lo sparecchiare, le discussioni o i litigi per lo studio o il rispetto degli orari, lo spendersi per gli altri, le lotte per coinvolgerli, stupirli, motivarli a non stare attaccati al telefono tutto il giorno, il farli entusiasmare e appassionare per qualcosa o per qualcuno, il contenere la loro rabbia e il senso di sfiducia e solitudine che spesso li avvolge…

Costruire una relazione educativa è un lavorio incessante, ma faticoso e sfuggente il più delle volte. Non hai un qualcosa in mano alla fine della giornata che ti aiuti a capire se hai fatto un buon lavoro, se stai andando nella direzione giusta. Eppure, tutto è, tranne che una professione che manchi di concretezza: il mio professore in università la chiamava “pedagogia delle piccole cose”.

“Concretezza della relazione significa importanza attribuita agli oggetti, ai fatti, alle situazioni della vita quotidiana, intorno ai quali la relazione si costruisce, dai quali trae energia e ai quali sempre rimanda. Des choses, des choses! invocava Rousseau come raccomandazione per gli educatori, affinché non dimenticassero nel loro agire la concretezza del quotidiano.

Mi è accaduto spesso – accompagnando équipe di educatori e operatori sociali – di ascoltare il loro disagio dinanzi all’inafferrabilità che percepivano rispetto agli esiti del proprio lavoro. Un artigiano, un designer, un assicuratore possono tangibilmente vedere – alla sera quando terminano il proprio lavoro – i risultati del proprio sforzo. si tratta di risultati materiali, concreti e tangibili. Ma l’educatore? come può dire: oggi ho prodotto.. cosa ha prodotto? Ha fatto sì che un ragazzo riuscisse a risolvere un’equazione per lui difficile, ha aiutato a risolvere un conflitto, ha sostenuto una ragazza in un momento di difficoltà.. I risultati del suo lavoro sono apprendimenti che talvolta si traducono in prodotti concreti, talaltra sono prodotti simbolici. Sono nuovi modi di pensare, sentire, agire.

Ciò genera negli educatori comprensibili difficoltà, incertezze e momenti di sconforto, quando sembra di non riuscire a realizzare alcunché o ciò che si produce non risulta visibile e, quindi riconosciuto. Credo di avere compreso le ragioni di tale disagio ma, nel contempo, di non avere mai condiviso l’idea dell’educazione come attività aleatoria, astratta, fatta di parole e non di cose. Certamente l’eredità secolare di un’educazione fatta di precetti, raccomandazioni, prediche ha contribuito ad alimentare questa idea. Essa non trova però riscontro reale nei fatti. Non può sfuggire l’evidenza di come lavorano un’educatrice o un educatore. A seconda che si occupino di bambini, giovani, adulti o anziani, nel corso della giornata, assieme alle persone con le quali lavorano, preparano la tavola e cucinano, si spostano in auto guidando, studiano, giocano, salgono piano piano una scala sorreggendo un anziano..si tratta di cose concrete della vita quotidiana. Non mi riesce di immaginare un mestiere più concreto e vivo di questo.

Educare si fa nella quotidianità attraverso i gesti più ordinari: mangiare, lavorare, abitare, comprare, stare con gli altri..Attraverso queste situazioni impariamo e l’educatore fa imparare in esse. non le usa strumentalmente, come espedienti. Non ha neanche lo scopo di insegnare a cucinare, studiare, giocare. Egli ha, piuttosto, lo scopo di aiutare le persone a imparare da sè a fare tutte queste cose e, per ottenere ciò, le fa con loro. Facendo insieme e non univocamente facendo vedere “come si fa” e chiedendo di ripetere pedissequamente” (P. Reggio (2014), Lo schiaffo di don Milani. Il mito educativo di Barbiana, Trento, Il margine, pp. 53-55)

2 pensieri riguardo “Educatori: “des choses, des choses”

  • luglio 13, 2015 in 9:50 am
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    bellissimo blog, molto utile, vi trovo tanti spunti di riflessione che mi possono aiutare nel mio lavoro, sono una maestra di scuola dell’infanzia. Grazie. Nadia

  • luglio 13, 2015 in 8:35 pm
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    Grazie mille a te Nadia perchè ci segui, speriamo di continuare ad esserti utile.

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