I paradossi dell’educazione

tempoL’uomo è intrinsecamente, originariamente portato a vivere l’educazione nella sua pienezza, ed è proprio questa capacità personale di vivere e di partecipare in modo attivo al proprio processo educativo, il grande presupposto dell’educazione. Anzi l’educabilità dell’uomo è più di questo, più di una proprietà della persona, è la persona stessa nella sua integralità che viene da lontano e contiene già in sé ragioni e fini del suo cammino.

Tuttavia, per svilupparci, perché l’uomo diventi sempre più uomo, è necessario esercitare la propria educabilità in relazione agli altri e con il mondo esterno.
Al centro della formazione vi è sempre l’esistenza umana, e quindi la persona, non astrattamente intesa, ma nella sua concretezza esistenziale e storica, tuttavia non riguarda mai una sola persona. Presuppone sempre una relazione. Occorre affermare che la persona non può non essere considerata indipendentemente dal sistema di relazioni in cui è inserita: ognuno porta con sé, nell’interazione educativa, la sua storia, i suoi valori, i suoi vissuti, andando così a costruire la relazione come un “incontro tra sistemi”. L’interazione educativa è significativa quando permette ai soggetti di questa interazione, a questi sistemi, di modificarsi, altrimenti non vi è che una parvenza di educazione, poiché questa è tale se è anche trasformazione in virtù del rapporto tra educatore ed educando nella promozione reciproca sia dell’autorità liberatrice, sia della libertà responsabile.
Essa, infatti, è l’incontro, l’interazione tra un’attività transitiva e un’attività immanente che è già latente in noi e che subito si arricchisce e risponde, modificando l’attività transitiva di conseguenza. Quello tra maestro e scolaro/educatore e educando è quindi un incontro circolare: non in un moto perpetuo, ma in uno scambio dinamico tra due soggetti attivi e partecipanti.
Questo rapporto interumano è sempre espressione di un’intenzionalità orientata verso determinati fini (dimensione teleologica) e sorretta da valori (dimensione axiologica). I valori hanno un carattere concreto: essi possono essere universalmente intuiti nella loro essenza e divenire fondamenti per la scelta. Le dimensioni axiologica e teleologica connotano la valenza etica dell’azione formativa, conferendole significato, consapevolezza, responsabilità e autenticità esistenziale.
In quanto intenzionale, la formazione è sempre fondata su un progetto: è quindi volta a trasformare la situazione iniziale in una nuova condizione, in cui, sia gli educatori sia i destinatari dell’intenzionalità educativa, si modificano nel percorso comune verso un fine.

Ciò significa che la temporalità è la dimensione costitutiva essenziale del processo formativo in quanto cambiamento. Pur essendo necessaria la consapevolezza dei limiti, la formazione è orientata al loro superamento e pertanto è sempre orientata al futuro (senza dimenticare però il passato e il presente).
Per fare questo occorre tempo e pazienza e capacità di governo dell’incertezza. Più ci si educa, più ci si deve educare: questo è il paradosso dell’educazione sottolineatoci da J.J. Rousseau, dobbiamo perdere tempo per guadagnarlo. Un concetto che si scontra, purtroppo, con l’accelerazione costante dei tempi contemporanei. Vogliamo dei risultati e li vogliamo subito, ma per favorire i processi di apprendimento occorre, invece, bandire la fretta dalla propria tabella di marcia.
Uno scopo e un progetto richiedono la messa a punto di valutazioni, aggiustamenti di rotta, verifiche sul cammino percorso, progettazione di nuove strategie, applicazioni di tecniche (senza però ridursi al tecnicismo).

L’esperienza formativa si può giudicare riuscita quando si conserva nell’apertura fondamentale al mondo e alla relazione con altri come possibilità inesauribile, quando si realizza equilibrio tra affermazione del sé e apertura all’alterità, quando cioè il soggetto riesce a trovare la via per “rinunciare” a sé “affermando” sé; quando si rende libero per la propria decisione, senza perdere la consapevolezza della propria originaria condizione.
Si possono invece giudicare esperienze educative mancate quelle in cui il soggetto non sa rinunciare al sé e rimane nella chiusura al mondo circostante o al contrario disperde il proprio sé. In questi casi, infatti, si ha una perdita della propria “libertà- per- l’educazione”, una schiavitù verso l’io o verso il mondo, dovuta alla rottura dell’unità originaria tra l’io e il tu, il soggetto e il mondo.

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