Aperto come una ferita

«Devi essere aperto
come una ferita
perché il vero nome delle cose
è nascosto
sotto il primo, il secondo
e il terzo strato delle parole
o ancora più in fondo».

Kajetan Kovič

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Fragile: un’etichetta che potremmo applicare a molti dei nostri utenti, ragazzi, amici, anche a noi stessi. Quotidianamente ci confrontiamo col dolore, la sofferenza, i limiti di chi incontriamo, qualsiasi lavoro svolgiamo in ambito educativo. Dietro ogni persona si nascondono diverse ferite, soprattutto in quelle che sembrano più forti, quasi indistruttibili: ogni barriera nasconde una paura, qualcosa da proteggere, da difendere dal resto del mondo e forse anche da se stessi. Se si lavora con le persone, si lavora con la fragilità: è un dato di fatto. Il dolore fa parte dell’esperienza umana, una consapevolezza che tuttavia non lo rende in nessun modo più facile da affrontare e da gestire.

“La fragilità è la caratteristica della condizione umana di avere desideri che non si realizzano, di porsi domande cui non si danno risposte. Non siamo deboli ma fragili e fragile vuol dire aver bisogno dell’altro. Si differenzia dal potente che invece ha bisogno dell’altro per sottometterlo. Il fragile ha bisogno dell’altro perché la sua fragilità, unita a quella dell’altro, dona forza per vivere. Ecco l’umanesimo della fragilità: guai al superbo che pensa di potere tutto. L’educazione deve inserirsi all’interno dell’umanesimo della fragilità. La fragilità capovolge la visione del mondo.”

Vittorino Andreoli

Ci viene insegnato in università – e ribadito duramente nell’esperienza quotidiana – che nessuno di noi è invincibile, men che meno onnipotente. Tuttavia un conto è saperlo, un altro è sperimentarlo sulla propria pelle.

Se non li possiamo salvare tutti, possiamo almeno salvare noi stessi?

Perchè anche l’educatore è fragile. Nasconde delle ferite, alcune più aperte di altre. Cosa possiamo fare quando il nostro dolore viene sollecitato prepotentemente da quello altrui? O quando il fallimento di un progetto, di mesi, anni di lavoro, si incontra con i nostri limiti…personali tanto quanto professionali?
Non si tratta solo di “bournout”: si arriva a quel punto proprio in quanto si è ignorata la questione strada facendo e ormai si è varcata quella soglia oltre la quale si punta solo alla sopravvivenza, si perde ogni motivazione e non si è più in grado di cogliere la bellezza e il senso di quanto si fa e di ciò che si è. Quando ormai la distanza educativa si è trasformata in freddezza relazionale.

Se sapremo stare nel dolore, se sapremo interrogarlo e guardarlo in faccia, se avremo la forza di non retrocedere, se saremo curiosi di comprendere, allora riusciremo in qualche modo a ritessere la trama della nostra storia e a mutare il nostro sguardo. Il dolore ci disvelerà cose nuove, di noi stessi e dei nostri legami affettivi.”

A. Salvo, I dolori che ci cambiano. Quando soffrire aiuta a crescere, Mondadori, Milano 2012, 5.

Questo è un processo che anche l’educatore deve affrontare per se stesso e poi per l’altro: siamo chiamati ad essere guaritori feriti, per citare H.J.M. Nouwen, coloro che devono curare le ferite proprie ma che devono essere preparati, nello stesso tempo, a guarire le ferite altrui. Non è semplice e non c’è esame che lo possa insegnare, ma si inizia dal trovare dentro di sé la forza per non nascondere le proprie fragilità, per essere aperti come una ferita. Solo così inizia il viaggio che porta a trovare nuovi significati dentro al dolore, alle incertezze e ai limiti. Come afferma V. Andreoli, psichiatra e scrittore, “un buon educatore deve essere fragile, avere la percezione dei propri limiti, deve sentire particolarmente il piacere di stare in contatto con le nuove generazioni, per insegnare e per imparare. La fragilità è la forza della relazione.

Vi è stato detto
che, come una catena, siete fragili
quanto il vostro anello più debole.
Questa è soltanto mezza verità.
Siete anche forti
come il vostro anello più saldo.
Misurarvi dall’azione più modesta
sarebbe come misurare la potenza dell’oceano
dalla fragilità della schiuma.
Giudicarvi dai vostri fallimenti
è come accusare le stagioni
per la loro incostanza.
E voi siete come le stagioni,
e anche se durante il vostro inverno
negate la vostra primavera,
la primavera, che in voi riposa,
sorride nel sonno e non si offende.

Kahlil Gibran

Da “Il Profeta”
Nella raccolta “Parole sussurrate”

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