Il pregiudizio e la modernità: forme sottili di discriminazione

Guardando un film in comunità:
G. (14 anni di origini africane): “Aspetta vediamo se il tipo di colore muore”
L. (13 anni di origini italiane): “Sì, infatti, nei film quelli di colore muoiono sempre per primi. Chissà perchè?”

Forse non hanno ancora gli strumenti per comprendere questo tipo di dinamiche, ma sicuramente se è evidente per loro, come è possibile che noi non ce ne accorgiamo?

Forse è perchè è troppo sottile. Non c’è premeditazione, non c’è una volontà manifestamente e apertamente razzista, ma sta di fatto che ..“nei film quelli di colore muoiono sempre per primi”.

Allport, in “La natura del pregiudizio”, lo definisce come un “atteggiamento di rifiuto e ostilità verso una persona appartenente ad un gruppo, semplicemente in quanto appartenente a quel gruppo“. Gli studi e la ricerca psicologia nel corso degli ultimi decenni ha dimostrato come il pregiudizio si formi quando non si hanno ragioni sufficienti per essere convinti di qualcosa, e per sostenere un pensiero che implicherebbe aver fatto esperienza di tutte le persone di quel gruppo per poter esprimere un giudizio.

La nostra “modernissima ed evolutissima” società condanna moralmente e  con fermezza l’espressione manifesta del pregiudizio verso gruppi o minoranze (siano esse etniche, culturali, fisiche, religiose). Di conseguenza, nessuno di noi sarebbe fiero di definirsi “razzista”, ne verrebbe accolto positivamente all’interno del proprio gruppo sociale se lo facesse.

Tuttavia, esiste una forma di espressione ben più subdola e sottile: 
Pettigrew & Meertens, nel  1995, ci parlano di “pregiudizio latente” che a differenza di quello “manifesto“, identifica l’insieme dei modi sofisticati, freddi, distaccati e spesso inconsci di esprimere un atteggiamento razziale. Questo ci salva un po’ la faccia di fronte all’opinione pubblica e anche di fronte alla nostra coscienza di “brave persone”.

Questa particolarissima modalità di manifestazione del pregiudizio presenta tre differenti caratteristiche: la difesa dei valori tradizionali (“io non sono razzista difendo solo il Popolo italiano da un’invasione che rischia di distruggerci”), l‘esagerazione delle differenze culturali (“loro non sono come noi, guarda come si vestono, come si comportano”), rifiuto di provare emozioni positive nei confronti dell’outgroup (come 
ammirazione e simpatia).

Gli studiosi sottolineano come in Europa,

le cui radici affondano nella complessa storia mediterranea di commerci e migrazioni, i comportamenti discriminativi nei confronti delle diverse minoranze etniche gravitano interno all’area del cosiddetto razzismo differenzialista, caratteristico di quegli individui per i quali le culture altre, i valori su cui si basano, pur avendo diritto di esistenza, sono così in contrasto con le nostre, da renderli incomprensibili. Ne consegue che sarebbe preferibile che ognuno si affermasse nel proprio paese d’origine, per il bene di tutti.

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Di  conseguenza nessuno di noi affermerebbe di essere razzista, ma sicuramente ci sentiamo più tranquilli a pensare che “ se ognuno se ne stesse a casa propria staremmo tutti meglio“, eppure abbiamo visto che anche questa affermazione si basa su un pregiudizio, non manifesto ma bensì latente. Quest’ultimo l’ho definito una forma più subdola, perchè si presenta in modo automatico alla presenza di un membro di questo gruppo, è ambivalente (ci può essere differenza tra ciò che si dice e ciò che si pensa), ambiguo (si nasconde dietro diverse interpretazioni) e indiretto, ovvero ci permette di discriminare senza apparire pregiudizievoli, tanto che a volte non ne siamo neppure consapevoli.

Questo mette quindi a tacere la nostra coscienza di cittadini moderni, amanti della libertà e difensori dell’uguaglianza dei diritti delle persone e contemporaneamente di lascia la possibilità di pensare e di dire cose come:  «loro sono come noi, però devono essere controllati e, diciamocelo, sono pure troppi».

Un interessante esperimento ideato dalla University of Colorado, ha fatto emergere  questo carattere automatico e inconsapevole del pregiudizio etnico.
Joshua Correll, insieme ai suoi colleghi, ha ideato un videogame in cui venivano mostrate delle immagini di uomini armati o non armati; di questi, metà erano di pelle bianca e metà di pelle nera. Nelle istruzioni era richiesto di sparare, premendo un pulsante, soltanto ai target armati. Si potrebbe facilmente pensare che il pregiudizio si sia concretizzato in maggiori spari quando i partecipanti vedevano un nero armato, rispetto agli spari diretti a un bianco armato, ma non è del tutto così: il vero pregiudizio è nel numero di errori. Infatti, i risultati mostrarono un maggior numero di spari verso i neri disarmati rispetto a quelli diretti ai bianchi disarmati. L’associazione tra nero e pericolosità è così radicato nella mente e nella cultura, soprattutto in quella americana, che diventa banale capire la facilità con cui le forze dell’ordine (di nuovo, soprattutto americane) estraggono la pistola e fanno fuoco verso persone che, prima di avere la pelle nera, sono innocenti.

Il razzismo ben lungi dall’essere ormai superato, si è piuttosto mascherato di buone intenzioni e si è nascosto in modo molto sottile nella nostra cultura: qualora il contesto glielo permetta è sempre pronto a riaffiorare.

Come possiamo fare allora? Censurare e condannare forse non è la soluzione, incentivare e motivare alla conoscenza e all’approfondimento, invece, porta a farsi un’idea più complessa e ricca della realtà, riducendo quindi le generalizzazioni e riducendo in questo modo il pregiudizio e i suoi effetti più deleteri.

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